Mai stata così delusa. Mai stata così antipolitica. Il fatto è che vorrei ancora crederci. Mi sforzo, mi impegno a crederci. Impossibile. E' impossibile con queste facce.
Mi hanno chiesto in due, due liste, di candidarmi. Non so se è un onore o un'offesa. Diciamo che dall'Udc spostandosi verso destra sarebbe stata senza dubbio un'offesa. Da quest'altra parte, invece, un segno di quanta povertà ci sia, per raccattare me, che tutto sommato non mi sento degna. Così no, è solo un sintomo della mia confusione. E della confusione di chi mi ha di fronte. O di una legge elettorale che sa già chi vince e chi deve immolare alla causa dei perdenti. Da quella parte lì non ci vuole stare nessuno.
Ma.
Al di là della vicenda personale, io ci ho riflettuto molto su questo voto. E credo che la decisione finale, mio malgrado, la prenderò dentro la cabina elettorale. Quando le mani si lasceranno guidare da un richiamo sanguigno che sono i quattro mori vs la falce e il martello. O dalla paura che vinca Berlusca.
Votare per esclusione, però, è triste. Ieri ho sentito Veltroni. Il vuoto totale. Il Partito Democratico non ha avuto nemmeno il coraggio di mettere, prima dell'inizio del comizio, canzoni storiche per riscaldare la folla. No, c'era una musichetta da sala d'attesa di bar. Poi "mi fido di te" di Jovanotti. Bella sì, ma troppo fideistica e pure troppo intimista per un comizio. Come dire: "fidati, ci penso io. Punto". Non mi basta, caro Veltrusconi. Qualcosa la devi spiegare pure tu. Invece lui, per non inciampare proprio in niente, ha fatto un discorso talmente generalista, ma talmente generalista che poteva pure essere in Sud Tirolo, pure essere in America, pure su Marte e andava bene uguale. Il fatto è che sembrava qualunquista e grossolano come se avesse concepito quel discorso su due piedi, invece il suo qualunquismo era una tattica finemente lavorata. Perché, anche se non ha più i dodici partiti alle spalle da mettere d'accordo, c'ha l'operaio e il confidustriale da tenere insieme. Quindi cammina come un funambolo su concetti digeribili per tutti, attento a non scivolare nella lotta di classe (per carità), nella denuncia dell'ingiustizia sociale (per carità), persino in qualche pernacchia al principale esponente dello schieramento avverso (per carità!!!!!).
Ora, Veltroni, se mi ascolti (e non sono la precaria di Asti di 28 anni) ti chiedo: hai detto che il precariato è il più grande problema del nostro tempo. E fin qui sono d'accordo. Ma se esiste il precario, esiste qualcuno che sfrutta il precario, e lucra sulla pelle del precario, giusto? E perché non punti un po' il dito su quello, perché non lo dici, perché non lo denunci? Non serve? A me serve. Sarà un po' catartico, ma mi serve. Mi serve fare chiarezza per sapere da che parte stai e da che parte starai dopo il 14 aprile. Cosa mantieni e cosa abolisci della legge Biagi. Cosa vuol dire sì alla flessibilità, no al precariato. Perché questa, caro Veltroni, è la formula più furba che ha dato il via alla precarizzazione del lavoro. Invece no, tu non ci caschi. Stai con l'uno MA ANCHE con l'altro. E infine, a forza di citare la collega precaria di 28 anni di Asti che vive con la spada di Damocle dei contratti a scadenza, fai sentire me, sua degna collega di dramma, una macchietta. Proprio così. Proprio come il film di Virzì dove la protagonista, all'incontro della Nidil Cgil, finisce per presentarsi a tutti, sfinita dalle spiegazioni, "Piacere, precaria". Una bandiera da sventolare per tirare su un po' di tessere e un po' di voti a qualcun altro.
Insomma, Veltroni, sei così buonista che infine non hai trovato niente di meglio che buttarti, per trovare un concetto comune agli italiani, sulla patria. Nel tuo discorso cagliaritano l'hai citata almeno due o tre volte, la patria, la bandiera. Tanto che qualcuno ha vigliaccamente ammainato i quattro mori. E io, a rischio linciaggio, ho sbottato: "Ma dove siamo? A un comizio fascista?". Ci mancava che dicesse Dio e famiglia ed era fatta. Infatti, anzichè terminare con bandiera rossa, il comizio è finito con l'inno d'Italia. Senza parole. I sardi cantavano l'inno d'Italia. Come dire: ci avete calpestato per secoli: continuate pure, accomodatevi sulle nostre teste, accomodatevi nelle nostre case, nelle nostre terre, nelle nostre coste. Continuate ad ammazzarci con le basi militari, continuate ad escluderci con trasporti inesistenti, continuate a dimenticarci. I sardi che cantano l'inno d'Italia sono come i tibetani che cantano quello cinese, per fare un paragone violento. Noi siamo una colonia, e in campagna elettorale, questo è ancora più stridente. L'altro giorno viene Fassino e cita un paese in cui era stato quel giorno, sbagliandone totalmente la pronuncia. Come dire: vengo, mi catapulto qui, dico due cazzate, saccheggio un po' di teste e ne ve vado. Chi se ne frega come continueranno a vivere, chi se ne frega che facce hanno, che nomi hanno, dove vivono, come vivono. E' vero che noi sardi condividiamo il triste destino italiano del lavoro precario, della crisi economica ecc. ecc. Noi però abbiamo dei problemi in più, e diversi. E non è possibile che Veltroni (gli altri non li cito perchè non li considero) non li citi neanche di striscio. Non è possibile. Perchè qui i giovani emigrano. In Lombardia non so. Un discorso uguale per tutti, spalmato identico in tutta Italia, ha un sapore di centralismo cavouriano, patriottico, ottocentesco. Fallimentare.
Ma neanche il richiamo così insistente alla patria era casuale: era l'unica cosa che andava bene all'operaio e all'industriale. Bandiera rossa? Noooo. Bella ciao? Antica. Neppure la canzone popolare di Fossati, che pure ha riempito il cuore a quelli della mia generazione, che per prima ha visto un governo di centrosinistra, con quel povero Prodi (ciao Prodi, ho nostalgia di te) portato in trionfo, neppure la canzone popolare va più bene. Ancora più giù, voliamo ancora più basso. Cantiamo l'inno d'Italia e non se ne parla più. A quel punto cantiamo anche Bianco Natale, Aidi e Candy e finiamo in bellezza.
In pochi, credo, di quelli che erano lì a fare i 20.000 (che i leccaculo della situazione hanno detto (e scritto)) ammetteranno oggi che il discorso di Veltroni non ha toccato nè i cuori nè i cervelli. Perchè per fortuna il popolo del Partito Democratico è ancora a sinistra dei suoi vertici, e se Veltroni intendeva parlare agli indecisi, sappia che gli indecisi non si scomodano a scendere in piazza. Però lo so, si sente quando una piazza è convinta, rapita, commossa, oppure non lo è. E Walter, ieri non ci sei riuscito.
A questo punto, invochiamo un miracolo.
A te che sei l’unica al mondo
L’unica ragione
Per arrivare fino in fondo
Ad ogni mio respiro
Quando ti guardo
Dopo un giorno pieno di parole
Senza che tu mi dica niente
Tutto si fa chiaro
A te che mi hai trovato
All’angolo coi pugni chiusi
Con le mie spalle contro il muro
Pronto a difendermi
Con gli occhi bassi
Stavo in fila
Con i disillusi
Tu mi hai raccolto
Come un gatto
E mi hai portato con te
A te io canto una canzone
Perchè non ho altro
Niente di meglio da offrirti
Di tutto quello che ho
Prendi il mio tempo
E la magìa
Che con un solo salto
Ci fa volare dentro l’aria
Come bollicine
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita
E ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo
Senza misurarlo
A te che sei il mio amore grande
Ed il mio grande amore
A te che io
Ti ho visto piangere nella mia mano
Fragile che potevo ucciderti stringendoti un pò
E poi ti ho visto
Con la forza di un aeroplano
Prendere in mano la tua vita
E trascinarla in salvo
A te che mi hai insegnato i sogni
E l’arte dell’avventura
A te che credi nel coraggio
E anche nella paura
A te che sei la miglior cosa
Che mi sia successa
A te che cambi tutti i giorni
E resti sempre la stessa
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
A te che sei
Essenzialmente sei
Sostanza dei sogni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che non ti piaci mai
E sei una meraviglia
Le forze della natura si concentrano in te
Che sei una roccia sei una pianta sei un uragano
Sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano
A te che sei l’unica amica
Che io posso avere
L’unico amore che vorrei
Se io non ti avessi con me
A te che hai reso la mia vita
Bella da morire
Che riesci a render la fatica
Un immenso piacere
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita
E ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo
Senza misurarlo
A te che sei il mio amore grande
Ed il mio grande amore
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
E a te che sei
Semplicemente sei
Compagna dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
Mi fa abbastanza impressione decidere di ricominciare alla vigilia di una nuova elezione. In realtà, dopo un panettone e mezzo di governo di centro sinistra (perché poi ha vinto il centro(sinistra?)), è casuale che la voglia di sgranchirmi i polpastrelli in un modo serio mi sia tornata proprio adesso. E per una volta, vorrei evitare accuratamente di parlare di politica. Perchè più confusa di così non lo sono mai stata. So ancora quali sono i miei ideali e i motivi di lotta non mi sono mai sembrati così vicini. Solo che ho perso la speranza che ci sia qualcuno fino in fondo che li voglia o che li sappia affrontare.
Quindi, per il momento almeno, no comment. Anche perché in questo teatrino in qualche modo ci sono in mezzo pure io.
In realtà la voglia mi è tornata perchè non ne potevo più di scritture paludate e giustificate e prudenti e ufficiali e vistate. Avevo voglia di divertirmi, perché questo è per me la scrittura. E per lavoro, ultimamente, mi diverto assai poco.
In due anni, visto che il bilancio è d'obbligo, è cambiato molto. Quasi tutto. Ma non sono al capolinea, sono in viaggio come Nanni Moretti, da ferma. Ho continuato a seminare nostalgie - i miei colleghi della redazione più pazza del mondo, le loro birre e le nostre risate (andarmene da lì è stato come la fine dell'erasmus, come un undici settembre, niente più come prima) - e sono approdata al grigio mondo degli scribacchini prezzolati. Le inchieste ho capito che non si fanno sui giornali, e non mi sono arresa al fatto che non ne farò comunque una. Intanto mi sto facendo le ossa in questo magico mondo di chi le notizie le dà, se ci si vuole accontentare. Gli uffici stampa. Questa mi mancava, no? Mi diverto e non mi diverto. Soprattutto paro colpi. Che è tutto un altro mestiere. C'è chi insegue e chi è inseguito. Io, la seconda che ho detto. Quasi tutti i giorni. Il primo giorno, ti metti le mani nei capelli e studi il modo per correre ai ripari, il secondo ci hai già fatto il callo, e puoi anche permetterti nessuna replica. E capisci che forse, nella tua carriera precedente, sei stata troppo onesta a provare a scrivere la verità, e non a gridare balle. Squali così squali ancora non mi erano capitati.
Per alcuni versi la questione è anche un po' vanesia. Ogni tanto capisci che hai un ruolo e ti chiedi se sei all'altezza di quel ruolo. Scrivere nei giornali era più facile, in fondo. Qui si tratta più di diplomazia che di verità. E comunque.
Nel frattempo sono diventata una ebayer di successo: mi sono fatta 200 euro e ne ho spese 300. Grandi affari. I miei prossimi acquisti sono un divano ikea da 0,01 centesimo e un letto da 30. Da destinare al nido mio e del mio piccione viaggiatore. Questa è cosa più importante in assoluto. Un'ascella pelosa e profumata sotto la quale rifugiarsi quando le tempie sono tempestate di pensieri. Pensando che prima o poi arriveremo in Cile. Nel Cile di Isabelle Allende e di Pablo Neruda.
Visto che non lo hanno fatto i giornali. Visto che non lo hanno fatto i telegiornali. Visto che non siamo scesi in piazza, mai, e ci ha indignato più sentirci dare dei coglioni. Beh, io lo scrivo qui quello che mi ha indignato di più, sopra ogni altra cosa di quello che ha detto Berlusconi in campagna elettorale: che la sinistra pretende che il figlio dell’operaio abbia gli stessi diritti del figlio del professionista. Questo mi ha indignato più di ogni altra cosa. A me che non sono figlia né degli uni né degli altri. Ma che ho ben in testa una canzone che si chiamava Contessa e che diceva "Pensi che ambiente ne può venir fuori, anche l’operaio vuole il figlio dottore".
Allora io non credo neanche adesso che quest’utopia si sia realizzata. Scrivo in un giornale di sinistra che un giorno sì e l’altro pure scrive di precariato, fa gli scioperi contro il precariato e intanto mi paga trecento euro al mese. Sto a scrivere dei problemi di ogni cazzo di categoria e poi sono quella messa peggio di tutti: questa cosa a volte mi fa ridere, a volte no. Ma vedere in faccia cosa sta succedendo, che tutto sta andando male davvero, sì. E dal momento che questo governo, questo e non quello di cinque anni fa, come dice Berlusconi, ha sprofondato anche la mia classe media, sono ormai parte della classe operaia ad honorem. Operaia intellettuale, diciamo così. I figli, per quanto mi riguarda, non solo non potrei mai mandarli a studiare. Non potrei neanche farli. Non potrei avere famiglia, casa, macchina – se non quella scassata con 152 mila chilometri che perde acqua dal radiatore e ogni tanto si ferma.
Non penso di traghettare dall’altra parte quei pochi che leggeranno. Neanche lo vorrei. Me la sento così poco di tradire altre speranze, a parte le mie. Solo, mi ricordo le elezioni politiche di dieci anni fa, quando ero andata per la prima volta a votare e, cazzo, avevo sbagliato a piegare la scheda. Ero uscita e per poco non me la invalidavano. Quella era la prima volta che la sinistra andava al governo dal dopoguerra. Cinque anni fa, invece, ero in Erasmus in Olanda. Andavo a lavorare in bici a dieci chilometri dalla mia casa dello studente per pagarmi il biglietto e tornare in Italia a votare. Sono persino andata nella televisione olandese a sputare veleno su Berlusconi, convocata in qualità di elettrice italiana: per tutti eravamo una barzelletta abbastanza inquietante, difficile da spiegare. Per i primi anni del governo sono andata alle manifestazioni, a Firenze, a Roma. Pure a Genova dovevo andare. Non è vero che l’Italia non scende in piazza: è che lo fa in un modo troppo gioioso, pacifico, allegro, poi dopo si rinchiude in casa ed è tutto finito. È che è divisa, ideologica, disinformata: quindi c’è sempre una metà che scende in piazza e una metà che resta a casa e dice: "Guarda un po’ questi coglioni". In Francia, chi scende in piazza ha il sostegno di tutti, qui la protesta non solo non ha il sostegno di chi sta a casa, ma spesso non ha neanche la convinzione di chi la fa: se ti mischi agli studenti e vai a chiedere per cosa protestano, ti rispondono "Boh", questo l’ho provato. Sembra una festa. E invece non è per niente una festa quello che sta succedendo alla mia generazione. Mica lo immaginavo quando passavano quelli con la bara dell’art. 18, quelli che dicevano "Protestiamo per i nostri figli" che da lì a poco sarei sprofondata nel precariato più nero da figlia. E che ai miei genitori, che hanno fatto una vita di sacrifici per farci studiare e tutte quelle cazzo di cose che sembrano retorica e invece sono la verità, gli avrei dilapidato quasi la buonuscita fra master – non contenta della laurea che non vale a niente – e stage.
Adesso sono qui, con la mia tessera elettorale in mano e una scelta, abbastanza forzata, di votare a sinistra. Una scelta per sottrazione, non per convinzione. A Berlusconi non potrei chiedere niente: non potrei reclamare nessun diritto da uno a cui la parità dei diritti sembra una bestemmia. Ma alla sinistra la aspetto al varco. Aspetto di vedere se la prenderà per le corna questa bestia nera del lavoro legalmente sottopagato o se si nasconderà, di nuovo, dietro lo spettro della flessibilità.
E se dopodomani festeggerò con magliette militanti, clacson e vino sarà perché sono finiti questi cinque anni di aria pestata. E ricomincio, almeno, a sperare.
Dal sito di Repubblica
Martino: "Sarà trasferita fuori d'Italia la base Usa della Maddalena" La decisione è stata concordata tra Roma e il Pentagono ROMA - I sommergibili nucleari americani della base di Santo Stefano, La Maddalena, saranno trasferiti fuori dal territorio nazionale, "secondo tempi e modi che dovranno essere definiti più avanti".* Lo ha concordato il ministro della Difesa Antonio Martino nell'incontro con il suo collega Usa Donald Rumsfeld. * in giallo ho sottolineato i miei dubbi, in rosso le pagliacciate Non so. Soru è contento. Io sono ancora in pigiama e non ho letto i giornali regionali. E queste sono considerazioni a caldo. A me sembra una sparata un po' troppo grossa quella di Martino per abboccare così, "e vissero felici e contenti". Primo perché chi le risarcisce le persone che si sono ammalate e si ammalano di tumori e leucemie? Secondo: "tempi e modi da definire" è una frase a cui il ministro della Difesa ci ha abituato parlando dell'Iraq, la cui data del ritiro sta sempre ricacciando più indietro nel tempo. (E per la cronaca, la Brigata Sassari partirà a Nassiriya alla fine di quest'anno con un contingente rafforzato rispetto alla prima volta in cui andò. 1200 uomini, di cui poi ci diranno che hanno usato uranio impoverito, si sono ammalati ecc. ecc. Ma sta succedendo adesso, e continua ad andare avanti, missione dopo missione. E la Sardegna ha l'onore di avere sempre più richieste di aspiranti volontari in ferma breve (ma questa è un'altra storia)). Terzo: per smantellare una base militare ci vorrebbero così tanti anni che potremmo persino, Martino e tutti noi, dimenticarci che lo ha detto e che Rumfeld abbia accettato. E' logico che i giornali non possano fare altro che far finta di credergli, prenderne atto per inchiodarlo il più possibile alle sue parole. Ma è troppo facile e sbrigativo e a parole per essere vero. Ci sono voluti tre articoli di Repubblica e un po' di fiato per questa sparata. I giornali, il mio almeno, è da un anno che martellano con questa storia. Ma tant'è. L'importante è il risultato. A parte la considerazione amara che i sardi, da soli, anche le rare volte che alzano la testa, non hanno davvero nessuna voce in capitolo. Quarto: la riconoscenza proprio non si può ingoiare. Riconoscenza per cosa? Per aver inquinato un parco naturale? Per aver distribuito qualche tumore in giro per l'arcipelago? Non credo che la salute si possa barattare con la ricchezza (posto che i maddalenini si fossero arricchiti per la presenza degli americani). Non credo, per principio, che l'economia di guerra possa essere un'ipotesi da prendere in considerazione. Non credo, infine, che in un parco naturale, non ci potesse essere un'economia alternativa, "pulita" in ogni senso, che creasse una ricchezza pari o superiore. Ma, anche per tutta la ricchezza del mondo, so che un tumore non si scambia con nient'altro. Quinto: la base non la smantellano, la trasferiscono solo da un'altra parte. Che immagino sarà un paese dell'est o chissà dove. Uno un po' più sfigato di noi che non ha la fortuna di avere quel santo di Martino ad andare a fare le trattative. Quindi, per quanto si possa essere felici, mettiamoci una mano sulla coscienza e pensiamo anche a dove altro andranno a piantare i loro cimiteri. E così, anche se fossi Soru, non canterei vittoria. Anche se a lui conviene cantarla, perché in realtà se c'è uno che ce l'ha fatta a esportare la questione fuori dall'isola, quello è lui.
Soddisfazione del governatore Soru: "E' una cosa fantastica"
L'operazione, spiega il ministero, "si inserisce nel quadro di ridislocazione delle forze Usa in Europa e conferma che le notizie relative al potenziamento della presenza di sommergibili nucleari Usa alla Maddalena e di un ampliamento della Base erano prive di fondamento e che non è prevista alcuna cessione di parte o di tutto l'Arsenale alla Us Navy".*
A Rumsfeld, Martino ha espresso la propria condivisione e l'apprezzamento per la decisione presa, evidenziandone la coincidenza alle istanze regionali e ha anche voluto esprimere "tutta la riconoscenza italiana agli Stati Uniti per l'importante presidio di sicurezza che la Base ha rappresentato per oltre un trentennio e per il grande contributo che la sua presenza ha fornito allo stesso sviluppo ed alla crescita economico-sociale dell'area". *
Riconoscenza che senz'altro non è condivisa dai movimenti autonomisti, ambientalisti e pacifisti che da anni si battono per la chiusura della base militare, ritenuta tra le altre colpevole di un grave inquinamento radioattivo. Nell'isola di Santo Stefano sono ancorati infatti i sommergibili a propulsione nucleare impiegati dalla marina Usa in entrambe le guerra del Golfo.
La presenza statunitense alla Maddalena risale al 1972, quando il governo Andreotti e l'amministrazione statunitense siglarono un patto segreto che rendeva esecutivo un altro accordo del 1954, ugualmente top secret. Intese di cui gli oppositori dell'insediamento contestano la legittimità, non essendo mai stati ratificati dal Parlamento, come previsto invece dall'articolo 80 della Costituzione per tutti i trattati internazionali "di natura politica" o che comportano "variazioni del territorio".
La base, composta da due strutture, una della Nato ed
una dichiaratamente Statunitense (un distaccamento del Navy Support Activity costituito da 18 mila metri cubi di edifici e da una nave appoggio per l'assistenza ai sottomarini nucleari) gode di fatto - caso unico in Italia - di un regime di extraterritorialità ed extragiurisdizionalità.
Non a caso l'annuncio di Martino è stato accolto con entusiasmo dal presidente della regione Sardegna Renato Soru. "E' una cosa fantastica - ha commentato - è la più bella notizia degli ultimi tempi".
Un fagottino pieno di cioccolato e miele.
La giornata potrebbe anche finire qui.
Solo per piccione:
Piccione, dici che questo è un blog intimistico, e dunque lo è.
Per il resto del microbomondo che entra in questo blog, vorrei pubblicamente dichiarare che in questo momento, o già qualche momento fa, un pezzo del mio polmone e un pezzo di anima anche si è prima ammorbidito fino a liquefarsi e sciogliersi nello stomaco a leggere questa frase. Che non so se merito, ma facciamo finta di sì.
Fanculo ai chilometri, che nella mia vita sono sempre, sempre, sempre troppi e inopportuni.
Fanculo anche al radiatore della Cinquecento. Ci sono volte che bisognerebbe prendere il monopattino. E adesso sarebbe quella volta.
Di nuovo solo per piccione: forse hai ragione tu. Io non mi rendo conto della fortuna che ho.
Di nuovo alla ricerca di una casa. Ho perso il conto di quante case ho cambiato. Ieri ne ho visto una che aveva il posto per i cassetti ma non i cassetti. Solo i buchi. Mi è venuta un po' di tristezza. In realtà una vagonata. Per quanto tempo dovrò emigrare da una stamberga all'altra? Quindi anche questa mia casettina attuale da pensionati tutta bella ordinata con tre turni di pulizie alla settimana e le tendine a pois (poi ti svegli con i clacson delle macchine vs. con i carri armati della Brigata Sassari che passano sotto casa a colonne (GIURO: quando li ho visti ho pensato che stessero facendo un colpo di stato, poi mi sono detta che non inizierebbero di certo dalla fine del mondo. Perché non se ne accorgerebbe nessuno. Magari vanno alla sede Rai e gli illustri personaggi che la popolano solitamente ci metterebbero mezzo secondo a spalmarsi al suolo e dirgli: Fate di noi quello che volete)), anche questa casettina mi sembra meglio.
E questa volta non ci sarà neanche il caro Bakis (che mi ha portato fortuna) ad assistermi nell'impresa della casa e a sceglierla (lui) in base alla taglia di reggiseno delle coinquiline. E questa volta vorrei che fosse per qualche anno. Vorrei non essere più così provvisoria. Comprare dei cuscini, delle tende, un lampadario. Il tempo di scappare da tutto da tutti è finito. Sto invecchiando e ho bisogno di pantofole.
In limoncello veritas.
Era circa mezzanotte e stavo tornando a casa e in macchina c'era questa canzone di Ligabue che neanche mi ricordo, ma era univoca. Era chiusa come un vicolo cieco. Come quando l'amore diventa un vicolo cieco. E ho capito che dovevo tornare a case chiamare il mio piccione e dirglielo, che mi stavo innamorando. Poi è chiaro che lui non ci crede (non sono credibile?). Però. Non si fa perché ci si aspetta qualcosa. Si fa perché non ci sta più tutto dentro, straborda. E' tipo un'illuminazione mistica (eeeeeeeeeeeee).
Con tutto il debito pubblico che c'è e con tutti i drogati e con tutti gli sfrattati e con tutti i disoccupati e con tutti i cococo e con tutti i pensionati che non arrivano alla fine del mese e con me, anche qui hanno messo le cazzo di luminarie natalizie. Bisognerebbe fare obiezione fiscale alle luminarie, non meno che alla guerra. Inquinamento energetico e luminoso. Rigore, ci vuole. Nella vecchia Urss mi sarie trovata meglio. Cosa ci sarà da festeggiare? Io, se mi andrà bene (o male?), non lavorerò due giorni. Non pagati, ovvio. Non so cosa è meglio. E in quei due giorni mi immagino pere e mele rosse sulla tavola e un fuoco acceso e il cagnolino e delle coperte di lana. Non è che mi serve molto per essere felice. Ormai sono così poco abituata ai vizi e ai lussi che non me li riesco neanche più a immaginare. Abbassano il tiro anche loro, anche i desideri.
PS: ritiro quello che ho detto sulla casettina da cui non voglio andar via: ho appena sentito che una coinquilina chiedeva all'altra "Ne hai prodotti per lavare il bagno?". Stamattina ho sentito "Lo posso usare il tuo mocio?". Questi gli argomenti nella mia casa dolce casa. Per non parlare di quando si mettono a parlare delle storie di Viverebeautifilcentovetrine come se fossero vere, come se con i personaggi ci cenassero tutti i giorni. Mi viene da ridere. Poi da piangere, quasi.
ciao ciao.
Ma chi è l'anonimo che ha trovato la canzone?
Non dormivo, dunque ho acceso la televisione. E mi sono messa a guardare il premio Tenco su Raidue, abbastanza per caso. Non per scelta (infatti dopo ho proseguito guardando l'isola dei famosi). In attesa del mio cuoricione (vedi che ti nomino?), che sarebbe arrivato ( e invece non è arrivato) la mattina dopo, ho sentito questa canzone incredibile che si chiama Lettera da lontano ed è di Enzo Jannacci. Ma il testo non sono riuscita a beccarlo su internet, quindi se qualcuno lo becca me lo può postare qui sotto per favore? Vale anche per te, Zorro.
In particolare mi è rimasta in mente questa frase: "Lettera per mia moglie, che non ha avuto un marito, ha avuto soltanto le doglie". Che mi sembra un po' il destino di tutte le donne.
E adesso passiamo a un po' di sano autoincensamento, visto che questo è uno spazio libero e che in redazione mi sono dovuta contenere nella gioia.
OLEEEEEEEEEE OLE OLE OLE OLEEEEEEEEEEEEE OLE
Vorrei ballare e ballando saltare come Tarzan da un albero all'altro. Un senatore rifondarolo ha fatto un'interrogazione parlamentare al ministro della Difesa in merito a un mio articolo. Nell'interrogazione c'è scritto mio nome cognome giornale di appartenenza. Pazzesco. Dritto nella scrivania di Martino (diciamo scrivania, va). Quando mi è arrivato il documento in redazione, mi hanno guardato straniti, come dire: "Ma come cazzo ha fatto questo avanzo di stagista, o ex stagista e attuale collaboratrice (che non si sa cosa è peggio) a fare sta cosa?". Non lo so: nelle cose grandi ci capiti per caso, se no ci sarebbe di sicuro capitato qualcun altro prima di te. Oppure ci capiti perché vuoi capitarci, e gli altri no perché non vogliono rogne. Io mi guardo quest'interrogazione e mi interrogo sul fatto se questo vedesse la mia faccia e la mia voce, se continuerebbe a prendermi sul serio.
Ora seria io. Felice e arrabbiata. Felice di essere riuscita ad aggiungere un altro pezzo di verità, o meglio a smascherare un altro pezzo di bugie su una storia che è troppo grave, persino più grande di me. Ho rabbia, perché non basta. Neanche se si arrivasse a sapere tutto, fino in fondo, e a scriverlo, cambierebbe qualcosa. Sono convinta che lo stordimento da tv commerciale ha rincoglionito a tali livelli che gli scandali non fanno più rumore. Cade tutto su un tappeto di indifferenza. Confondere la notizia scomoda in mezzo alle notizie che fanno solo rumore di sottofondo è la strategie per neutralizzarla. E così il tuo pezzo di verità se ne va dopo un giorno, capovolto in un cestino a testa in giù. E chi lo sa che battaglia c'è dietro quel pezzo di carta.
Basta basta, sto scadendo come sempre nella retorica.
Arrivederci
Dunque ritorno. Dopo un'estate di latitanza. Bellissima, quest'estate, che non saprei da dove cominciare a riraccontarmela, per non dimenticarla mai. Una specie di secondo erasmus, in quella case erasmus coi soffitti affrescati e questo odore di cannella e incensi e canne e candele. E Irù e le parole tedesche e le dispute in catalano e le feste nel terrazzo in tutte le lingue. Tutto lontano, e ancora mi mette i brividi.
Ma soprattutto è stata l'estate del lavoro. Lavoro dalle dieci di mattina fino alle dieci di notte. Ma almeno lavoro. In un posto che mi piace troppo. Cammino che alla fine della giornata mi chiedo come fanno le gambe a reggermi in piedi, e chiamo a raccolta i talloni, per vedere se ci sono ancora. E la mia vita non è altro che lavoro. E in culo a chi dice che non bisogna vivere per lavorare, che bisogna avere tempo libero, per se stessi ecc. ecc. Quando per fare un lavoro, sputi sangue e sudi litri di sudore al giorno, non puoi più permetterti il lusso di avere tempo per te. Non puoi tornare indietro: è una droga, una passione, un divertimento. Conosco persone che dopo mezz'ora avrei voglia di abbracciarle, di adottarle come nonne - una ne ho in mente in particolare, una che lotta a ottant'anni perchè l'ospedale del suo paese non chiuda - e persone che gli sputerei in faccia. In genere la mia simpatia è inversamente proporzionale al grado di cultura e all'incarico che ricoprono. Ma non per odio a prescindere, o perché i politici sono tutti ladri. Solo che chi è qualcuno, in genere se la tira troppo. E diventa disgustoso. Sono scappata da inaugurazioni che mi si stava rivoltando lo stomaco. Di queste cose, il momento migliore è il rinfresco. Ma se hai la nausea, viene male mangiare.
Non so da cosa dovrei ricominciare a raccontare la mia vita a chi se ne è perso un pezzo. In realtà non ho nessuna voglia di fare consuntivi, perché non sono approdata a niente, e la mia vita è ancora tutta un divenire, un fare e disfare di valige, non faccio in tempo ad abituarmi a una città e a una casa che devo già andarmene. E' per questo che la valigia si assottiglia, per fare prima ad andarmene, quando devo andare.
Niente è passato, sia chiaro. Tutto e tutti sono ancora con me, nel bene e nel male. Ma più nel bene che nel male. Nel senso che ho perdonato, gli altri e me stessa. E sono arrivata a una pace che credo sia solo il frutto del presente troppo intenso, che soffoca qualsiasi tentativo di rimuginare sul passato: non c'è tempo. Ho fatto pace con me stessa, o forse sto solo cambiando i motivi di lotta.
Mi sento come la più ridicola e fuoir posto delle donne in carriera. Perché non indosso nessun tailleur e tacchi a spillo, come da immaginario comune. Ho sempre gli stessi vestiti e le stesse tasche vuote. Cammino e per camminare mi servono scarpe comode. La differenza è che ho delle responsabilità, credo sia questa la differenza. La differenza è che metto in pratica quello per cui ho studiato da una vita. E se la gavetta non finisce mai, finisce almeno il momento di imparare e inizia quello di mettere in pratica quello che hai imparato. Arriva il momento che il lavoro conta più di tutto, in assoluto. Ecco, in questo mi sento una donna in carriera. Ovvero presa da una smania sfrenata di lavorare, e lavorare bene, e giocarmi le carte che non torneranno più.
Però ascolto ancora Manu Chao, e mentre lo ascolto mi passa davanti tutta la mia vita e penso che non voglio cambiare mai e smettere le mie scarpone rosse che sono venute con me a Firenze e continuare fino a ottant'anni a essere giovane, a camminare, a lavorare per quello che credo, con la maggiore modestia possibile, e non per portare uno stipendio qualunque a casa.
Dopo questa sfilza di moralismo gratuito, saluto
Va bene, scrivo. A un'ora e mezza dalla chiusura, che è sempre la più dura, l'ultima ora e mezzo. Puoi guardare l'orologio dieci volte e trovarlo identico: ciò significa che lo guardo ogni sei secondi. Vedi le pagine riempirsi e leggi il giornale del giorno dopo, con questo strano gusto di avere le notizie in anteprima, una gran bella cosa, se facessi investimenti in borsa. Oggi giro sfortunato: personaggi autorevoli non reperibili, ergo articolo non scrivibile ergo domani mattina niente mare perchè i personaggi autorevoli ci sono di mattina e non di sera.
E pensi a un gelato alla mela cannella, oppure al cioccolato al peperoncino, anche a quello al finocchietto. E sei fuori già prima di esserlo. E ti viene una fame viscida. Come viscido è il ricordo dei figli di papà.
Sabato ho rincontrato dopo un secolo e mezzo un mio compagno storico. Compagno di classe, compagno di lotte, se non suonasse anacronistico. Ed è stata la cosa più naturale del mondo, rincontrarlo lì. E' stato esattamente capire che la vita non ci ha cambiato, nè a me nè a lui. Che se ci doveva essere un posto dove l'avrei potuto rincontrare, era solo quello.
Chissà se a cinquant'anni avremo cambiato bandiera e saremo borghesi con la puzza sotto il naso. L'ultima cosa in cui vorrei entrare è in quella categoria in cui oggi stanno i post sessantottini che sono andati a lavorare in banca, come quello del compagno di scuola di Venditti. Sarebbe, oggi, come scoprire che Casarini è un dirigente di Mc Donald. Eppure ci sono già, e hanno anche la mia età, i mistificatori. Quelli che stanno da una parte e pure dall'altra della barricata. Credono di essere ubiqui, invece sono riconoscibili. Basta imbarcarli in qualche esperienza equivoca, appena fuori dalle mostre di non so che. Si irrigidiscono e sputano fuori tutta la loro anima borghese. Fanno finta di avere una verace anima proletaria, una verace anima sarda, una verace anima di sinistra. Ma poi, alla prima, tradiscono il pensiero di destra, il pensiero furbesco o quello imprenditoriale scaltro, marcio, ingiusto. Anche il pensiero di città. Come il topo di campagna e il topo di città. Forse la differenza è tutta qui.
A volte penso di aver avuto fortuna a essere nata in un paese nel centro di un'isola. Anche se ho mezzo milione di opportunità in meno di uno che è nato al centro di New York. Perchè è più facile andare, poi, in una città e restarne folgorata. Anche lì, per capirla fino in fondo, non basta una settimana. Però da subito esserne abbagliati sì, perchè le città hanno bellezze grandiose, esplicite. Il fascino dei paesi, invece, è una cosa nascosta, timida, interiore. Niente di bello - specie nei paesi poveri e malcostruiti come quelli sardi - se non la semplicità. Per uno che viene da una città è quasi sempre impossibile vederla di colpo. Capire il gusto della terra, di un vinello di paese. Essere affascinati da un pomodoro che cresce (o forse questa è una mia personale deformazione). E' tutto artificiale, non genetico. Non saprei come altro dire. E' una cosa folkloristica, per uno di città. Ed è persino brutto, per chi ci ha sempre vissuto, ritrovarsi invasi da persone che ti trattano come un animale da zoo. Alla Severgnini, per vedere uno che ha spalmato chili di luoghi comuni sulla bellezza estatica dell'isola e sulla simpatia dei sardi (chi sono, poi, i sardi? non è che siamo fatti in serie). Ora, questa cosa l'ho notata, che ci sia una specie di tradizionalismo di ritorno, meglio ancora di sardismo d'assalto. E non sono sicura che mi faccia piacere pensare che, alla fine, meglio sardisti poco consapevoli che berlusconiani convinti. Perchè quelli poco convinti vanno e vengono, tradiscono, prima che i partiti, gli ideali.
Questa cosa un politico navigato non se la augurerebbe mai, io sì: separare l'autentico dal falso, buttare fuori chi ci crede perchè è una moda. Vedere che a sventolare le bandiere che tu non hai mai sventolato, perchè sapevi qual era il carico ideologico, sono quelli dell'ultima ora, e che fra un'ora ancora saranno da un'altra parte.
Ho fatto delle sillogie strane, lo so. Nella mia testa fila tutto liscio. Fuori temo di no.
Pazienza
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